L’Agenda Monti per una “fase due” diplomatica non più a trazione tedesca

L’avvio del nuovo anno presenta l’occasione per un salto di qualità nei rapporti con l’Europa, attraverso il quale riequilibrare strategicamente il rapporto del nostro paese con i partner comunitari e imprimere maggiore simmetria nelle prossime riforme dell’Eurozona. Il mese di gennaio coincide con una fitta agenda internazionale per il presidente del Consiglio che oggi incontra a Parigi il presidente francese Nicolas Sarkozy, mercoledì il cancelliere tedesco Angela Merkel a Berlino, e, nella terza settimana del mese, il premier britannico David Cameron e il presidente Barack Obama. di Domenico Lombardi
6 GEN 12
Ultimo aggiornamento: 18:45 | 9 AGO 20
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L’avvio del nuovo anno presenta l’occasione per un salto di qualità nei rapporti con l’Europa, attraverso il quale riequilibrare strategicamente il rapporto del nostro paese con i partner comunitari e imprimere maggiore simmetria nelle prossime riforme dell’Eurozona. Il mese di gennaio coincide con una fitta agenda internazionale per il presidente del Consiglio che oggi incontra a Parigi il presidente francese Nicolas Sarkozy, mercoledì il cancelliere tedesco Angela Merkel a Berlino, e, nella terza settimana del mese, il premier britannico David Cameron e il presidente Barack Obama. Subito dopo, è prevista una nuova riunione dell’Eurogruppo in preparazione del summit europeo di fine mese e il vertice tripartito con Francia e Germania che si terrà per la prima volta a Roma a cavallo fra le due scadenze europee. A questi appuntamenti internazionali l’Italia si presenta in una posizione di relativa forza grazie al consolidamento fiscale già avviato e all’introduzione, a breve, di un nuovo pacchetto di provvedimenti che, come annunciato, dovrebbero affrontare l’annoso problema della crescita, confermando il percorso riformista del governo e delle forze parlamentari che lo sostengono.

Vi è, nell’agenda dei prossimi incontri, un’insidia da schivare e, insieme, un’opportunità da cogliere. L’insidia è data dalle riforme che si stanno concordando in questi giorni a livello europeo che rischiano di collocare l’economia dell’Eurozona su una traiettoria stabilmente deflattiva, specialmente per quei suoi membri, come l’Italia, ad alto debito pubblico. Per esempio, l’Italia dovrebbe impegnarsi a una riduzione annua pari a un ventesimo del proprio debito in eccesso rispetto al 60 per cento del pil. Tradotto in cifre, l’impegno comporterebbe un onere di 40-50 miliardi di euro l’anno, almeno il doppio della correzione del saldo annuale di bilancio previsto dal decreto “salva Italia”. Oltre agli impegni scritti, la condizione pesantemente asimmetrica in cui i programmi di riforma sono stati concepiti agevola la tentazione tedesca di esercitare un’indebita pressione politica sull’Italia per un’ulteriore manovra correttiva, qualora il significativo deterioramento delle prospettive economiche per l’anno in corso non consentisse il raggiungimento dei saldi di bilancio concordati in sede europea.
In assenza di una mutualizzazione del rischio della moneta unica ripartito in modo più equilibrato fra i paesi dell’Eurozona, l’euro comporterà una forbice crescente tra i costi di aggiustamento che le economie debitrici dovranno sostenere e i benefici che la moneta unica fornirà alle economie creditrici agevolandone la penetrazione delle esportazioni nelle altre regioni del mondo sospinte dalle economie di scala rese possibili dal mercato unico e da un tasso di cambio, per loro, particolarmente competitivo.

Per riequilibrare la sua condizione di svantaggio nella ridefinizione delle regole dell’euro, l’opportunità per l’Italia consiste nell’allargare il suo raggio di azione consolidando il rapporto transatlantico da contrapporre strategicamente alla morsa franco-tedesca, facendo leva sulla crescente preoccupazione con cui la Casa Bianca vede l’orientamento acriticamente rigorista che si va materializzando sotto la sapiente regia di Berlino. Gli Stati Uniti, che esportano nel continente europeo circa un decimo dei propri prodotti e vantano un’esposizione finanziaria maggiore, hanno interesse ad assicurare il dinamismo in uno dei loro principali mercati così da ridimensionare, per quanto possibile, l’accresciuta dipendenza dagli umori di Pechino. Sino a poco tempo fa, tale preoccupazione era in parte frenata dalla consapevolezza, a Pennsylvania Avenue, che le economie europee, prima fra tutte l’Italia, non avessero avviato un percorso riformista sufficientemente credibile su cui incanalare un’azione di pressione politica per favorire un’evoluzione della posizione tedesca in senso più costruttivo. Per l’Italia, questo dovrebbe rappresentare l’obiettivo di una “fase due” nell’ambito di una ridefinizione, ormai non più rinviabile, dei rapporti con i partner europei e internazionali.

di Domenico Lombardi